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martedì 27 gennaio 2015

Non dimenticare mai

L'estate scorsa mi trovavo in Polonia per un'amichevole fra Fiorentina e Real Madrid, ed è stata la scusa per visitare Varsavia e Cracovia e conoscere un paese pieno di risorse e in continua crescita.
Un viaggio che consiglierei ad occhi chiusi, ma le cui impressioni non ho subito messo per iscritto perché significa necessariamente tirar fuori delle emozioni forti.
 
Non si può descrivere la Polonia e le sue bellezze, senza parlare della ricostruzione e della memoria.
Non potrei mai parlare di Varsavia, senza dire che è risorta dalle macerie, anche se proiettata nel futuro. Non posso raccontare Cracovia, senza associarla alla visita fatta ad Auschwitz e Birkenau. 


Oggi parlerò proprio di questo, dell'impatto che ha avuto su di me una giornata trascorsa in luoghi che si vorrebbe non fossero mai esistiti.
Se appartenete a quel gruppo di persone, purtroppo non troppo ristretto, che ancora oggi non conoscono la differenza tra campo di concentramento e campo di sterminio, tranquilli, una volta li non la dimenticherete mai più.



All'arrivo a destinazione, il pullman lascia i turisti all'accoglienza, perfetta e senza sbavature, del personale addetto alle visite, impeccabilmente professionale.
Le guide, che parlano ogni lingua, sono in gran parte giovani che riescono a trasmettere, nel corso delle loro spiegazioni, tutto il dolore che il loro popolo si porta dietro, come un bagaglio a mano e del quale non può e non vuole disfarsi perché sa che dimenticare sarebbe offensivo, innaturale e molto,  molto pericoloso.
La guida per gli italiani quel giorno si chiamava Eva e non la ringrazierò mai abbastanza per aver mostrato, spiegato e cercato di trasportarci in quel tempo, mai abbastanza lontano.
La nostra guida è stata capace di creare con noi una tale empatia, con ciò che quei luoghi significano, da lasciare, alla sottoscritta sicuramente, un ricordo indelebile di ciò che le fotografie non possono raccontare a pieno.


Più che i numeri sono gli oggetti, gli indumenti personali, le matasse di capelli a lasciare il segno.
Sapere che i deportati arrivavano con il sogno e la speranza di una nuova vita e che molti di loro morivano già, per fortuna, durante il viaggio.
Conoscere l'ironia cattiva del regime nazista che aveva circondato il ghetto di Cracovia, anticamera dei campi,  con mura che avevano l'aspetto delle lapidi dei cimiteri ebrei.
La crudeltà usata verso chiunque non corrispondesse al loro ideale.
 
Un progetto per eliminare non solo gli ebrei, ma tutte quelle categorie di persone vittime dell'orribile disegno di una follia:
etnie scomode, omossessuali, donne, vecchi e bambini che non fossero utili per il lavoro nei campi, malati, storpi.
La violenza e la pazzia degli esperimenti, lo sfruttamento di quelle vite che duravano non più di tre mesi, il disprezzo totale verso i propri simili.
Il commercio fatto di tutto ciò che poteva essere utile: capelli, denti, protesi.
 
Voglio essere onesta e probabilmente non politicamente corretta, prima di noi è entrato un gruppo di tedeschi e non ho potuto fare a meno di chiedermi, alla fine, con quali emozioni ne siano usciti loro.
Io, che mio malgrado appartengo ad un paese che era loro alleato, ne sono uscita sporca di una colpa che non potrà mai essere ripagata, mai perdonata.
 
Possiamo però fare qualcosa, se davvero lo vogliamo, guardarci intorno perché il mondo non sembra aver capito, anzi sembra piuttosto aver dimenticato.
Oggi è il giorno della memoria ed è giusto che ci sia, ma la memoria va coltivata ogni giorno perché ogni giorno nel mondo continua ad esistere l'odio e l'orrore della follia umana.
Questo è ciò che non dobbiamo dimenticare mai.
 
 
 
(Foto gentilmente concesse da Alessio Mancini)

mercoledì 3 dicembre 2014

Madrid

A dieci anni di distanza ho avuto occasione di poter visitare la capitale spagnola e, come sempre quando ho modo di tornare nei luoghi già visitati, ne ho tratto dei nuovi spunti.

La prima volta ci andai con le amiche per l'ultimo dell'anno, nel 2004.
Una zingarata per sole donne passata tra cultura, discoteche e sangria.
Rimase in me l'idea di una città dal tono asburgico, seriosa e imponente, ma fu una bella vacanza e conservo ancora i ricordi  del museo del Prado, del palazzo reale e di una grandezza che solo le capitali posseggono.
 
Questa volta ci sono tornata a fine novembre e l'ho potuta gustare addobbata per le festività natalizie.


 
 
Addobbi lussuosi, brillanti e sfarzosi, con le strade stracolme di gente e piene di gioventù.  Sopratutto mi ha colpito la forte presenza femminile nei ristoranti e nei locali e ovviamente la grande varietà di quest'ultimi.
Traffico tanto ma ordinato, pulizia e ordine.
Le opere d'arte al loro posto, impassibili davanti allo scorrere del tempo e agli sguardi dei turisti.
 
Una città piena di energia che, nonostante la crisi, continua la sua corsa come è giusto che sia per una città  europea.
 
L'austerità che avevo percepito nel primo viaggio è stata sostituita ai miei occhi con l'allegria tipicamente spagnola che avevo sentito più forte nelle città dell'Andalusia.
In dieci anni è possibile che anche il mio occhio di viaggiatrice sia cambiato, ma voglio credere che sia invece, quello che ho percepito, un forte segnale ad andare avanti.
 
Questa volta ho avuto anche modo di visitare un altro importante monumento di Madrid: lo stadio Santiago Bernabèu.


Un esperienza che consiglio a tutti, tifosi di calcio o meno, perché è li, negli stadi, che si coglie il vero cuore di una città.

A tutto questo aggiungo che i compagni di viaggio erano ottimi e ne potrete dedurre che il voto che assegno a questa vacanza è ottimo.

In onore di questa bellissima città vi lascio con una bellissima cartolina, postata proprio per voi

lunedì 20 gennaio 2014

Decollo


Sono le 21.20 del 20 giugno 2013 e mi trovo seduta sull'aereo in attesa di decollare, in compagnia della voce del capitano che pronuncia frasi incomprensibili come sempre. Rifletto sul fatto che molti di quelli che temono di volare forse non hanno mai avuto la sfortuna di trovarsi sul pullman Firenze S. Maria Novella/Pisa Aeroporto con l'autista che è capitato a me questa volta.
 
Un'ora e dieci minuti di slalom convulso sulla fi-pi-li, appiccicati come un chewingum alle auto che per loro sfortuna avevano l'ardire di trovarsi lì anche loro, poverine. Sottofondo abbastanza alto di musica alla radio, solo in parte accettabile, accompagnata dal fischio swing dell'autista che oltretutto faceva un uso abbastanza sportivo, oltre che dei freni, del cellulare senza però l'ausilio dell'auricolare. Sono sicura che, se quei poco temerari viaggiatori avessero vissuto la mia stessa esperienza, volare non sarebbe più un problema per loro e sarebbero anzi lieti di riappacificarsi con il viaggiare nei cieli, liberi dal traffico.
Adesso che i passeggeri sembra abbiano trovato tutti il loro posto e la giusta posizione sui loro sedili, non mi resta che osservare distrattamente, per l'ennesima volta, gli stuart e le hostess mimare le manovre di emergenza e stavolta mi viene da sorridere più del solito, ricordando con piacere alcune scene del film di Almodovar "Amanti passeggeri".
Quando finalmente l'aereo comincia a rullare sulla pista per il decollo, con ben trenta minuti di ritardo, il mio pensiero va a una bellissima frase di Italo Calvino:
"viaggiare in aereo è assenza tua dal mondo e del mondo da te”.
Con queste parole nella mente, osservo dal finestrino il tramonto dipinto da una mano unica e irripetibile lasciare il posto al buio per poi riprendere immediatamente possesso della scena, grazie al fuso orario, mentre con pazienza attendo di scorgere le luci di Edimburgo.